Nascondere era stancante, ed io ero stanca di nascondere più di quanto lo fossi di soffrire.
Non avevo mai realmente conosciuto il mondo, anzi avevo conosciuto un mondo quale non era visibile agli occhi degli altri, vi era solo un abitante al di fuori di me, dallo sguardo pungente e le mani di ghiaccio. Il suo nome era Brad ed era l'unico custode della chiave del mio piccolo mondo. Custodiva quest'ultima nei suoi occhi, la lasciava galleggiare all'interno di quel miele dorato, capace di incantare ogni anima. Ma temevo come nient'altro che qualcuno potesse invece portare via quella chiave e gettarla lontano, allontanandolo da me.
Non amavo parlare, io osservavo, notavo qualsiasi dettaglio, qualsiasi punteggiatura della vita. Ma non osavo correggere nulla, lasciavo che gli scrittori componessero il loro libro, che le pagine scorressero senza influenza, ma non percepivo le mie voltarsi. Ero ferma alla stessa pagina da troppo tempo, qualcosa a me ignoto mi impediva di procedere, ma ogni volta che ero con Lui, le sue mani sfogliavano le mie pagine, permettendomi di leggere il seguito della mia trama.
Avevo solo 16 anni quando i nostri sguardi si incrociano per la prima volta. Io, Ellie Andersen, ho timore di quegli occhi funesti, ma voglio perdermi all'interno di essi e non liberarmene.
Brad ed io eravamo ad un passo dal poterci definire nemici.
Non ho mai conosciuto mio padre, dicevano fosse deceduto in un incidente poco prima della mia nascita. La sua assenza non era mai stata un'esigenza fondamentale, siccome non avevo idea di cosa significasse cingere tra le braccia una figura paterna. Piuttosto non riuscivo a perdonare i miei genitori per l'errore di aver generato mio fratello Theo. È sempre stato crudele con me, non mi ha mai accettata né ritenuta appartenente alla sua stessa famiglia, eravamo come sconosciuti agli occhi degli altri , ma i lividi che lasciava sulla mia pelle mi erano fin troppo familiari. La sua intenzione di adottare il ruolo di padre aveva segnato l'inizio di un interminabile incubo da cui ogni giorno speravo di risvegliarmi, bagnata di sudore freddo, tremante, ma finalmente libera da quelle torture. Avevo provato in tutti i modi a parlarne con mia madre, ma quest'ultima non mi ha mai voluto dare ascolto, riteneva dessi troppo valore a delle frivole parole pronunciate con toni di voce troppo alti, che i segni ancora sanguinanti sulla pelle fossero autoindotti e questa diffidenza mi lacerava il cuore più di quanto i suoi schiaffi mi lacerassero la pelle. Pranzare ogni giorno al suo fianco era straziante, tremavo al solo udire della sua voce profonda, alla sola visione della sua imponente figura dai capelli biondi e gli occhi azzurri. Molti lo paragonavano ad un principe e ciò indurrebbe a pensare al protagonista di una fiaba, ma lui era il protagonista dei miei incubi.
Non potevo nemmeno evitarlo data la nostra affinità sanguigna, eravamo nati dallo stesso grembo in fondo e per tale motivo mi pareva crudele arrivare ad odiarlo, nonostante le continue pugnalate che affliggeva al mio fragile animo. La forza di reagire non è mai giunta, sono sempre rimasta in silenzio a subire, terrorizzata.
Così mi rifugiavo nella scrittura, gettando su un foglio bianco i mille grovigli di inchiostro che avevo in testa. Li districavo lasciando scorrere con movimenti fluidi la penna, impugnandola morbidamente tra le dita. Riempivo interi quaderni, diari , persino fogli sparsi, i quali contenevano le più buie delle mie emozioni, i miei piccoli segreti inconfessabili, ma lasciavo anche spazio all'immaginazione, scrivendo ciò che non si sarebbe mai realizzato. Immaginavo di trovare qualcuno che mi amasse davvero. Non sognavo un amore facile, ma volevo sentirmi accolta da braccia che sapessero infondermi calore, cinta da mani che sapessero cucire le mie ferite e curare i miei dolori. I tormenti mi stavano sottraendo ogni giorno un piccolo pezzo di vita, ma mi consumavano troppo lentamente perché me ne accorgessi.
La sera del compleanno di Theo fu negativamente indimenticabile. Mia madre gli fece dono di un computer nuovo ed una torta a tre gusti della quale assaggiai una fetta, trovandola deliziosa, dal gusto era possibile notarne la qualità. Io, però, non gli porsi nulla in dono, siccome da lui per una vita intera avevo ricevuto solo grida e ferite. Ciò scatenò in lui una brusca e violenta reazione, ma purtroppo, accadde lì dove gli occhi di mia madre non potevano notarlo. Terminata la cena mi afferrò un polso con forza, conducendomi in camera sua, per poi girare la chiave all'Interno della serratura con un movimento lento, provando a non creare rumori. Un ghigno gli pervase il viso e sussurrò :" Nemmeno un regalino al tuo amato fratello che fa tanto per te?" ; replicai, amareggiata, con voce tremante:" perché avrei dovuto? Non mi avresti nemmeno ringraziata o se lo avessi fatto mi avresti ricambiato il dono con un nuovo livido da nascondere " . "Io cerco solo di proteggerti, ma so che i miei metodi possano essere fraintesi, li comprenderai quando sarai abbastanza matura, intanto è bene educarti correttamente, dato che non hai un padre che possa farlo" disse con fare quasi sarcastico.
La sua mano si posò con forza tra i miei capelli, tirandomi verso il letto per poi percepire il suo respiro a pochi centimetri dal mio collo, intento a trovare una pace inesistente nel mio esile corpo. Lo respinsi con gli occhi appannati dalle lacrime, provai a gridare ma le mie urla furono represse dalla sua mano che, oltre alla parola, mi toglieva la libertà. Avrei voluto essere come qualsiasi adolescente, non aspiravo alla vita perfetta, anzi , ritenevo non esistesse nemmeno, ma volevo solo trovare la serenità in mezzo a quella tempesta di lividi. Mi lasciò andare dopo avermi procurato altre ferite, graffi e morsi, sentivo ancora le sue unghie nella mia pelle, le sue parole crudeli, le quali mi zittivano ogni volta che provavo ad emettere un lamento. Prima che uscissi mi asciugò una lacrima, dotandosi di una finta delicatezza che mi provocò estremo disprezzo. Badai autonomamente a disinfettare con cura ogni taglio, assicurandomi che fosse ben coperto da un cerotto o non sanguinasse. Thed minacciava di farmi ulteriormente del male se avessi detto a qualcuno delle violenze, per lui era solo una forma educativa rigida.
La mattina seguente trovai faticoso alzarmi dal letto, siccome il sonno quella notte non era giunto e ogni volta che avevo provato a chiudere gli occhi, la visione delle mani di mio fratello non abbandonava i miei pensieri. La sveglia continuò incessantemente a suonare con ritmo ripetitivo, così scesi, ma non bevvi il mio solito latte, salutai mia madre con un brevissimo abbraccio dal calore quasi inesistente e Thed con uno sguardo, per poi incedere verso la scuola.